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Archivio di Stato di Lucca

LA CONDANNA A MORTE DI BARTOLOMEA “VENEFICA FEMINA”: UN CASO DI UXORICIDIO* NELLE CARTE DEL PODESTÀ DI LUCCA (ANNO 1432)

Oggi l'Archivio racconta un documento della serie Sentenze e bandi.

 

*Uxoricidio è, in primo luogo, secondo l'etimologia del termine, l'omicidio della propria moglie, ma, per estensione, del proprio coniuge, e quindi, come nel nostro caso, l'omicidio del proprio marito da parte della donna.

Fonti:

Sentenze e bandi, n. 159, cc. 214r-216r

Potestà di Lucca, Inquisizioni, n. 5221, pp. 113-114

 

Premessa

Secondo lo Statuto comunale del 1446 (ASLu, Statuti del Comune di Lucca, 10, libro primo rubrica II “De iurisdictione et officio Domini Lucani Potestatis”) il podestà di Lucca (forestiero dal 1228) esercitava la giurisdizione civile e criminale con "mero e misto imperio" e facoltà di comminare la pena di morte (gladii potestatem) nella città di Lucca e nel Distretto delle Sei Miglia. Restavano escluse dalla sua competenza le cause commerciali e quelle che riguardavano le arti soggette alla giurisdizione della Corte dei Mercanti, nonché le cause spettanti ai vicari nei territori di loro pertinenza giurisdizionale. Nella pratica amministrazione della giustizia criminale, il podestà, al quale era riservata l'emissione della sentenza definitiva, era coadiuvato da un giudice di sua scelta preposto alla "curia dei malefici".

In seguito all'istituzione della Rota o Giudice Ordinario (1539), rimase al podestà di Lucca la sola giurisdizione criminale fino all'istituzione del tribunale di prima istanza criminale (costituzione del 26 dicembre 1801).

Le principali serie archivistiche alle quali può attingere lo studioso che volesse conoscere e ricostruire i fatti criminali occorsi nella città e nel distretto di Lucca, lungo un arco cronologico esteso dal XIV al principio del XIX secolo, sono, da un lato, i bastardelli  (1354-1802)  e le inquisizioni  (1328-1801) della curia maleficiorum, dall'altro, la serie delle sentenze e bandi  (1331-1807).  Nei bastardelli sono raccolti gli atti introduttivi e preparatori al processo, sulla base dei quali era formulato l'atto di accusa (inquisitio) contenuto nel registro delle inquisizioni. La serie sentenze e bandi raccoglie le copie autentiche delle sentenze criminali, che dovevano essere trasmesse all'archivio comunale per espressa disposizione statutaria (si veda, a titolo di esempio, il capitolo 41 del libro IV dello Statuto del 1308).

 

Il caso di Bartolomea del fu Leonardo di Niccolao di Aquilea (1432)

Siamo venuti a conoscenza del caso che oggi vi raccontiamo per via di un disegno marginale che ha attirato la nostra attenzione mentre stavamo per ricollocare al suo posto il volume 159 della serie sentenze e bandi  [foto 1] (dopo aver provveduto a rimettere l'etichetta che si era staccata), e così, per curiosità e diletto, abbiamo iniziato a sfogliarlo.

Si tratta di una lettera "I" capitale, disegnata in forma di rettile incoronato nell'atto di divorare una persona [foto 2 e foto 3]. Essa fa parte della consueta invocazione verbale alla divinità (“In Christi nomine amen”) che introduce il testo di una condanna corporale e di una sentenza di condanna corporale ("quedam condepnatio corporalis et sententia condepnationis corporalis") emessa da Cassano degli Spinola da Genova (podestà di Lucca dal 10 aprile 1432 all’8 aprile 1433), con il consenso e l'assistenza del "famosissimo" dottore di leggi Corrado "de Pillizariis" da Pontremoli, e dietro consiglio, esame e deliberazione dell'egregio e giurisperito Ambrogio "de Marchesis" di Porto Maurizio, giudice dei malefici. L'atto reca il signum e la sottoscrizione del notaio Niccolao del fu ser Michele da Rofia [foto 4], al quale spettò la redazione, la lettura, la pubblicazione e la promulgazione della sentenza.

Il dispositivo della sentenza è preceduto dal racconto puntuale della vicenda [foto 5, foto 6, foto 7, foto 8], i cui protagonisti furono l'imputata, una donna di nome Bartolomea; la vittima, il marito di costei, Leonardo di Niccolao di Aquilea[1]; un tale Masseo di Biagio di Ansana[2], l'ideatore e sostanzialmente l'esecutore del delitto.

Il caso è illustrato anche nel volume 5221 della serie delle Inquisizioni  [foto 9, foto 10], mentre non ci è pervenuto il relativo bastardello.

L’accusa fu formulata sulla base di una publica fama e clamosa insinuatione provenienti da persone “oneste veritiere e attendibili” (“ab honestis veridicis et fidedignis hominibus”), dell’indagine condotta dalla curia dei malefici e della confessione resa dalla stessa Bartolomea.

Seguiamo il racconto dei fatti che portarono alla morte il povero Leonardo di Niccolao di Aquilea e sua moglie, la sventurata Bartolomea. Come vedremo ci fu un’altra vittima: Domenica, moglie di Masseo di Biagio di Ansana, picchiata a sangue dal marito.

Una notte, Bartolomea e suo marito Leonardo si erano introdotti nella proprietà di Masseo per estrarre del miele da un bugno[3] ivi esistente. Masseo, venuto a conoscenza del fatto, e volendo vendicare l’ingiuria e il danno subiti (“volens se ulciscendi de dicta iniuria et dampno”), meditò di uccidere Leonardo e, a tal fine, si recò a Pietrasanta per acquistare del veleno. Rientrato a casa, trovò Bartolomea, alla quale comunicò le proprie intenzioni, chiedendole di collaborare all’attuazione del piano omicida. Procedette dunque alla preparazione di un ammorsellato[4] (“quedam fercula que dicuntur amorsellato”) sopra il quale mise il veleno, in presenza e con il consenso di Bartolomea (“ipsa domina Bartholomea vidente sciente et cognoscente et consentiente”). Fu quindi la stessa Bartolomea ad offrire la pietanza avvelenata al marito Leonardo, il quale, subito dopo averla mangiata, iniziò a sentirsi male. Poiché la morte non sopraggiungeva, Masseo e Bartolomea diedero da mangiare a Leonardo anche dei funghi avvelenati, che aggravarono lo stato di malessere dell’uomo senza tuttavia ucciderlo. Altri cibi avvelenati, alcuni dei quali spacciati per rimedi, furono somministrati a Leonardo, il quale, ormai gravemente debilitato, ebbe un alterco violento con la moglie che lo prese a bastonate in testa “cum maxima sanguinis effusione”. Non stupirà a questo punto apprendere che Masseo “ipsam dominam Bartholomeam non semel tantum carnaliter cognovit” e che i due progettarono di convolare a nozze, una volta eliminati i rispettivi coniugi. Masseo picchiò la propria moglie Domenica al punto da ucciderla (“taliter verberavit quo modico stanti morta est et decessit”), mentre Leonardo, dopo una lunga agonia, morì, a nulla potendo i rimedi che gli furono somministrati (“non valentibus nec cohoperantibus remedis sibi datis”).

Il racconto della vicenda si conclude specificando che nell’ideazione e nell’attuazione del piano omicida Masseo e Bartolomea si diedero reciprocamente consiglio, aiuto e favore (“prestantes ad invicem dictus Masseus et domina Bartholomea ad predicta omnia et singula conmictenda et perpetranda consilium, auxilium et favorem”).

Ed eccoci arrivati alla sentenza.

Considerata la confessione resa spontaneamente da Bartolomea, e in mancanza di un’azione di difesa esercitata dalla stessa, o da altri per lei, il podestà di Lucca ordinò che la donna fosse condotta “per loca publica” della città di Lucca, affinché la sua pena servisse da esempio e monito per la collettività, fino a raggiungere il luogo della decapitazione “et ibidem sibi caput a spartulis amputetur ita quod penitus moriatur et eius anima a corpore separetur”. L’incarico di eseguire la sentenza fu assegnato al cavaliere (miles socius) Battista di Pedemonte.

Una nota finale sottoscritta dal notaio Antonio di ser Stefano di Montaldo testimonia l’avvenuta esecuzione della sentenza [foto 11]:

Publice pateat omnibus presentem paginam inspecturiis quod vir prudens Batista de Pedemontium miles sotius suprascripti domini potestatis, vigore suprascripte comissionis sibi facte a dicto domino potestate et ipsam comissionem sententiam et condepnationem ossequendo, amputari fecit caput a spartulis ita quod anima a corpore separata est et pariter mortua suprascripte domine Bartholomaee, et ipsam condapnationem et sententiam executionis mandavit in omnibus et per omnia prout in dicta sententia et condepnatione continetur et scriptum est, rogans me Anthonium, notarium infrascriptum ut de predictis publicum conficere documentum [...]”.

In calce è annotata la trasmissione della sentenza all’archivio comunale: “die XII mensis novembris suprascripti 1432 presentat(a) fuit per suprascriptum ser Niccolaum et dictum ser Antonium presentat(a) fuit mihi Leonardi custodi Camere librorum Lucani Communis[foto 12] .

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[1] Oggi frazione del comune di Lucca.

[2] Oggi frazione del Comune di Pescaglia.

[3] Arnia rustica costituita da un tronco cavo, o da una cassetta di legno o di vimini, o da altro recipiente (Treccani online).

[4] Specie di manicaretto di carne tritata e uova; da “morsello”: pezzetto, bocconcino (Treccani online).



Ultimo aggiornamento: 30/04/2021